Tonsillectomia o Riduzione Tonsillare: pro e contro

L’intervento di rimozione delle tonsille è uno degli interventi più frequentemente praticato dall’otorinolaringoiatra. Possiamo affermare che esso sia l’intervento maggiormente eseguito insieme alla settoplastica (a tal proposito ti consigliamo di leggere il Post “Settoplastica: come si svolge e quando è indicata“).

La tonsillectomia è un intervento eseguito molto frequentemente.

In passato l’intervento veniva eseguito molto comunemente, tanto che gli otorinolaringoiatri si sono meritati la fama di “chirurghi delle tonsille”. Per fortuna, oggi esistono dei criteri precisi per decidere di sottoporre un paziente a tonsillectomia. A tal proposito si consiglia di leggere il post “Tonsille: quando toglierle“. Ma che differenza esiste tra togliere completamente le tonsille ed eseguire una riduzione tonsillare? Quando è consigliabile eseguire una rimozione completa e quando invece una parziale?

Riduzione Tonsillare completa o parziale

Fino a pochi anni fa non esisteva il concetto di rimozione parziale delle tonsille. Gli interventi venivano sempre condotti con lo scopo di rimuovere completamente il tessuto linfatico delle tonsille. In alcuni casi una parte di tessuto tonsillare restava in sede, ma non certo per volontà del chirurgo. Nella maggior parte dei casi la rimozione parziale era dovuta a problemi tecnici insorti durante l’intervento. Per fortuna, nella maggior parte dei casi, una rimozione non completa delle tonsille non determinava (e non determina) alcun problema. La maggior parte di queste operazioni radicali era condotta a causa dell’insorgenza di infezioni tonsillari ricorrenti, una delle principali indicazioni all’intervento. La rimozione completa del tessuto linfatico è infatti in grado di scongiurare la persistenza di infezioni ricorrenti. In questi casi, quindi, è assolutamente indicata la rimozione completa delle tonsille.

Ma quando le tonsille vanno rimosse per motivi non infettivi, è necessario comunque toglierle completamente? Questa è la domanda che ha portato gli otorinolaringoiatri ad inventare l’intervento di riduzione tonsillare.

Se l’intervento viene eseguito per un problema di apnee notturne le tonsille possono essere soltanto ridotte. In questo modo si riducono i rischi.

In alcuni casi le tonsille non sono interessate da infezioni ricorrenti ma sono implicate nella genesi di una Sindrome delle Apnee Notturne. Questa evenienza è particolarmente frequente nei bambini. A tal proposito consigliamo di leggere il Post “Bambini, russamento e apnee notturne“. In questo caso il tessuto linfatico tonsillare crea soltanto ingombro per la respirazione ma non è sede di un focolaio infettivo. In questi casi può essere certamente saggio non rimuoverlo completamente.

I vantaggi della riduzione parziale

La riduzione tonsillare parziale offre una serie di vantaggi. Innanzitutto riduce di molto il rischio di sanguinamento post-operatorio rispetto alla tecnica classica. Oltre a questo, riduce il dolore post-operatorio nel paziente. Come terzo fattore, il tessuto tonsillare residuo, continua a svolgere il suo ruolo di barriera difensiva contro le infezioni.

Settoplastica: come si svolge e quando è indicata

L’intervento di settoplastica è uno degli interventi più frequentemente eseguiti dal chirurgo otorinolaringoiatra. Per settoplastica si intende la correzione chirurgica di una deviazione del setto nasale. Per setto nasale si intende la parete osseo-cartilaginea che divide in due narici la cavità nasale. L’intervento non deve essere confuso né con la riduzione di una frattura delle ossa proprie del naso né con una rino-settoplastica. In caso di frattura delle ossa proprie del naso, l’intervento è volto a ripristinare la corretta anatomia della piramide nasale, ovvero della parte esterna visibile del naso. In caso di rino-settoplastica, invece, oltre a correggere la deviazione “interne” del setto nasale, si corregge anche l’aspetto esteriore del naso.

La settoplastica modifica l’interno del naso, non l’esterno. (Tratta da Area Medica)

Come si svolge l’intervento

L’intervento di settoplastica deve essere condotto in anestesia generale. Gli interventi sul setto nasale in anestesia locale, a mio giudizio, trovano scarsissime indicazioni. L’anestesia generale garantisce una maggiore sicurezza per il paziente e permette al chirurgo di operare con maggiore facilità. La maggiore sicurezza deriva dal maggiore controllo delle eventuali emorragie nasali garantito dall’anestesia generale. Le perdite ematiche sono, come è logico attendersi, inevitabili durante un intervento chirurgico. Lavorare con un paziente non intubato aumenta in modo significativo il rischio di difficoltà respiratorie collegate ad emorragia nasale. Il chirurgo sarà facilitato nell’intervento perché, come vedremo, in molte occasioni sono necessarie le “maniere forti”.

Spesso per la correzione delle deviazione si usa uno scalpello chirurgico.

L’intervento di correzione di una deviazione del setto è un intervento complicato. E’ necessaria una buona esperienza ed una ottima manualità per ottenere buoni risultati. Non sono necessari tagli esterni. Per la correzione di una deviazione della parte cartilaginea del setto nasale (la parte anteriore) si possono usare le “maniere gentili”. Il chirurgo pratica una incisione sulla mucosa e poi rimodella la cartilagine in modo da renderla rettilinea. Nella maggior parte dei casi che arrivano alla terapia chirurgica, tuttavia, è presente anche una deviazione nella parte ossea del setto. Per correggere questa deviazione, il chirurgo ha bisogno di usare le “maniere forti”. La maggior parte degli operatori corregge questo tipo di deformità utilizzando un martello ed uno scalpello chirurgico. Da qui si comprende l’assoluta opportunità di eseguire l’intervento in anestesia generale.

Una volta corretta la deformità del setto, il chirurgo richiude la mucosa con dei punti riassorbibili e si assicura che la parete rimanga diritta per il tempo necessario affinché osso e cartilagine si saldino nuovamente. Per far questo assicura delle bande di materiale plastico al setto nasale mediante l’interposizione di punti a tutto spessore. Queste bande prendo in gergo il nome di “lastrine” poiché si narra che una volta venissero ricavate ritagliando lastre da radiografia. Questa lastrine vengono tenute in sede per non meno di una settimana.

Per ridurre/evitare il rischio di sanguinamento post-operatorio molti chirurghi utilizzano dei tamponi nasali spugnosi che vengono posizionati all’interno delle fosse nasali appena operate. Il tamponamento nasale non è sempre necessario e la sua necessità viene stabilita caso per caso. Nel caso il paziente venga tamponato, i tamponi devono essere rimossi nei giorni successivi all’intervento.

I tempi di convalescenza per un intervento di questo tipo si aggirano sui 15 giorni. Dopo questo periodo di tempo il paziente può solitamente riprendere quasi tutte le attività quotidiane, magari limitando ancora per un po’ lo sforzo fisico.

Quando sottoporsi ad una settoplastica

L’intervento di settoplastica è indicato per tutti i pazienti affetti da ostruzione nasale persistente di livello tale da creare problemi nella respirazione diurna e/o notturna. L’intervento, in presenza di una deviazione marcata, può migliorare anche la respirazione sotto sforzo durante le prestazioni sportive. La settoplastica può essere indicata anche nella terapia chirurgica della Sindrome delle Apnee Notturne, ma in questo caso spesso si associa ad altre tipologie di intervento.

Meniére: una patologia cronica invalidante

La Sindrome di Menière è una patologia complessa e di difficile diagnosi, caratterizzata da vertigini e calo dell’udito. Si tratta di una patologia cronica con andamento lentamente progressivo. Anche se le cause in grado di scatenare la malattia non sono note, si ipotizza che essa possa essere provocata da una alterazione dei liquidi contenuti nell’orecchio interno.

Sindrome di Meniere
La Sindrome di Meniere causa vertigini periferiche spesso gravi

Sintomi della Malattia di Meniére

L’estrema variabilità nella sintomatologia, è uno dei fattori che rende difficile la diagnosi di Menière. Classicamente la malattia si presenta con fasi attive della durata di pochi giorni seguite da settimane di benessere. Gli attacchi sono caratterizzati da riduzione temporanea della capacità uditiva, sensazione di ovattamento auricolare, acufeni e vertigini. Le vertigini solitamente sono di lunga durata e molto invalidanti. Tali sintomi, almeno nelle fasi iniziali, recedono completamente al di fuori degli attacchi. Per questo motivo, il calo dell’udito può essere documentato strumentalmente soltanto durante gli attacchi. Inoltre, non tutti i pazienti presentano tutti i sintomi. In alcuni casi, ad esempio, può essere assente il calo fluttuante dell’udito.

Vertigini e Menière
Le vertigini sono l’aspetto forse più invalidante della patologia

Diagnosi di Malattia di Meniére

Come detto, la diagnosi di Meniére è molto difficile e si basa su ripetuti controlli clinici e strumentali. Il paziente dovrà essere visto più volte dallo specialista, sia durante gli attacchi che nei periodi di remissione. Dovranno essere eseguiti anche esami audiometrici ed esami vestibolari seriati per evidenziare la presenza di variazioni nel corso del tempo. Gli esami servono anche a distinguere la patologia da altre patologie simili. A tal proposito si consiglia di leggere il Post “Quali sono le cause delle Vertigini“.

Terapia

Purtroppo, dal momento che ancora la causa certa della malattia non è nota, non esiste una cura definitiva. Gli attacchi rispondono solitamente bene a terapia farmacologica con cortisone e diuretici. Al fine di prevenire gli attacchi, si consiglia di adottare una dieta povera di sale. La patologia, con il passare del tempo, provoca un calo marcato e non reversibile dell’udito. Per fortuna, nella maggior parte dei casi, è interessato un solo orecchio. I pazienti più sfortunati sperimentano vertigini gravissime e prolungate che possono rendere impossibili le attività quotidiane. In questi casi può essere eseguita una “denervazione” dell’orecchio colpito dalla patologia. La procedura, eseguibile con diverse tecniche, risolve le vertigini ma determina perdita completa e definitiva dell’udito dal lato trattato.

Quando mettere l’apparecchio acustico

Hai problemi di udito ma non ti decidi a mettere un apparecchio acustico? Hai una amica che ha messo l’apparecchio ma non ha risolto il suo problema di ipoacusia? In giro si sentono e si leggono molte opinioni contraddittorie. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Apparecchio acustico
Un apparecchio acustico di recente fabbricazione.
Un modello di apparecchio acustico disponibile sul mercato.

Cosa sono gli apparecchi acustici

Gli apparecchi acustici sono degli amplificatori sonori miniaturizzati, in grado di aiutare i paziente affetti da ipoacusia. In pratica, sono il corrispettivo degli occhiali da vista. Già da questa affermazione, è facile comprendere che gli apparecchi acustici non curano un problema di udito. Così come gli occhiali non rendono la vista, gli apparecchi non rendono l’udito. Questi dispositivi permettono, semplicemente di sentire e di vedere meglio nel momento in cui vengono utilizzati.

I primi apparecchi acustici altro non erano che dei corni da appoggiare sull’orecchio per raccogliere il suono. Erano del tutto sprovviste di amplificazione. Successivamente queste protesi vennero dotati di un sistema di amplificazione analogico, in grado di amplificare in modo lineare tutti i suoni che raggiungevano l’orecchio, indipendentemente dalla loro frequenza e dalla loro intensità. Con il progresso della tecnologia e con la sempre maggior miniaturizzazione dei dispositivi, è stato possibile digitalizzare le protesi. Le protesi digitali permettono di amplificare soltanto le frequenze compromesse dal calo uditivo, risultando nella maggior parte dei casi, preferibili rispetto alle protesi analogiche.

Indicazioni alle protesi acustiche

Le protesi acustiche sono indicate per le forme di ipoacusia percettiva, ovvero per le forme di ipoacusia non suscettibili di alcun intervento terapeutico (se non, al limite, l’impianto cocleare). Occorre, poi, distinguere tra pazienti adulti e bambini.

Protesi acustiche nei bambini

Per i bambini con ipoacusia grave o profonda bilaterale, è fondamentale che le protesi acustiche vengano messe il prima possibile. Sarebbe auspicabile iniziare ad utilizzare le protesi subito dopo la diagnosi di ipoacusia. Le protesi, infatti, permettono a questi pazienti, nella maggior parte dei casi, di sviluppare un linguaggio soddisfacente. Nei pazienti che non riescono a sviluppare il linguaggio può essere valutato l’intervento di impianto cocleare. In caso di bambini con forme di ipoacusia meno severa, la protesizzazione deve essere valutata caso per caso. Nelle forme lievi la l’intervento protesico è indicato soprattutto se esistono problemi di sviluppo linguistico o patologie neuropsichiatriche associate.

Protesi acustiche negli adulti

Per quanto riguarda gli adulti, è fondamentale non sbagliare il momento in cui proporre una protesi acustica. Infatti, nel caso si proponga troppo precocemente il paziente risulterà insoddisfatto. Sarebbe come proporre di mettere degli occhiali +1 ad un paziente che ha soltanto un affaticamento visivo da stress. Il paziente non avrebbe maggior confort dall’utilizzo delle protesi ma solo svantaggi. E’ altrettanto importante, tuttavia, non ritardare troppo l’utilizzo delle protesi. E’ dimostrato, infatti, che la mancata protesizzazione nel paziente anziano, accelera in modo importante il deterioramento cognitivo. Oltre a questo, mettere protesi acustiche a pazienti gravemente ipoacusici e molto anziani, risulta spesso difficoltoso o addirittura impossibile. A tal proposito si legga anche il Post “L’ipoacusia nell’anziano: come affrontarla“.

Per quanto sopra affermato, nonostante ogni caso debba essere valutato a parte, ritengo che si possa iniziare a pensare di mettere una protesi acustica quando si rileva un calo sulle frequenze 500, 1000 e 2000 Hz di almeno 40 dB. Il calo dovrebbe essere presente su entrambe le orecchie. Le frequenze che ho menzionato sono, infatti, le più importanti per comprendere in modo adeguato la voce di conversazione.

Cosa sono gli otoliti e che disturbi provocano

Gli otoliti sono piccolissimi addensati basofili, simili a calcoli renali, che possono andare a formarsi nei liquidi dell’orecchio interno. Gli otoliti sono comunemente definiti dai pazienti “sassolini” o “calcolini” dell’orecchio. Questi addensati sono responsabili di una delle più frequenti tipologie di vertigine, la vertigine parossistica posizionale benigna. Questo tipo di vertigine, caratterizzata da attacchi ripetuti ma di breve durata, viene definito posizionale proprio perché viene scatenata dal cambio di posizione della testa. Ricordiamo che esistono anche altre cause di vertigine. A questo proposito consigliamo di leggere il Post “Quali sono le cause delle Vertigini“.

otoliti
Gli otoliti sono piccoli sassolini in grado di determinare la comparsa di vertigini

Dove sono gli otoliti?

In condizioni di normalità ed assenza di vertigini, gli otoliti non sono presenti. Questi aggregati di calcio si formano per motivi ancora non del tutto chiari. Ma dove vanno a localizzarsi? Proprio all’interno del sistema deputato al controllo dell’equilibrio, definito sistema vestibolare. A mio giudizio non esiste un sistema anatomicamente più complesso rispetto al sistema vestibolare. Per questo motivo risulta molto difficile spiegare a chi non è esperto dove esattamente vadano a collocarsi i famosi sassolini. Gli otoliti si formano all’interno del liquido contenuto nei canali semi-circolari dell’orecchio interno. Questo liquido viene definito endolinfa.

Perché gli otoliti provocano le vertigini?

Gli otoliti provocano vertigine poiché determinano una alterazione del flusso e dello spostamento dei liquidi contenuti nell’orecchio interno. Ma perché questi liquidi sono così importanti per il nostro equilibrio? Proprio perché ci informano, secondo per secondo, sulla posizione della nostra testa. All’interno dei canali che contengono l’endolinfa, sono presenti dei recettori che captano i movimenti del liquido. A diversi movimenti della testa corrispondono diversi movimenti del liquido. Questo ci permette di capire, ad esempio, se la nostra testa viene ruotata verso sinistra o verso destra. A questo punto risulta forse più comprensibile capire come la presenza di un “sassolino” all’interno di questi liquidi possa rendere instabile il sistema vestibolare. Gli spostamenti dei liquidi risulteranno alterati. Inoltre il piccolo calcolo potrebbe andare a stimolare i recettori anche in assenza di movimento del capo. Questo, in parole molto semplici, provoca la vertigine.

Come risolvere un problema di otoliti

In alcuni casi le vertigini provocate dagli otoliti si risolvono spontaneamente. E’ probabile che, in questi casi, i sassolini vadano a depositarsi in un tratto dei canali semi-circolari dove non danno più fastidio al movimento dei liquidi. Se questo non avviene, l’unico modo per risolvere il problema è sottoporsi ad un esame vestibolare. Attraverso questo esame sarà possibile localizzare il calcolino e, mediante particolari movimenti del capo, farlo spostare dove non possa più provocare vertigine.

Perché i cotton fioc fanno male

Una delle domande che vengono rivolte più spesso all’otorinolaringoiatra riguarda l’utilizzo del cotton fioc. Il cotton fioc è dannoso? Posso utilizzarlo per pulire l’orecchio? Vi anticipo subito che l’utilizzo del cotton fioc dovrebbe essere molto limitato se non addirittura abolito. Adesso proverò anche a spiegarvi il motivo di questo “divieto”.

Cotton Fioc
Gli amati e famigerati cotton fioc

La pulizia dell’orecchio è davvero necessaria?

Per prima cosa proviamo a rispondere a questa domanda. E’ indubbio che la pulizia del padiglione auricolare esterno sia una una buona norma sociale. Il cotton fioc, in effetti, nasce proprio al fine di pulire la parte esterna dell’orecchio. Il padiglione auricolare esterno, per capirsi, è la parte visibile dell’orecchio, quella dove si appoggiano gli occhiali. Il “bastoncino” dovrebbe essere utilizzato esclusivamente per questa sede. Il dispositivo non dovrebbe mai essere inserito all’interno del canale uditivo esterno. Per prima cosa, il canale uditivo esterno non ha bisogno di essere pulito. Questa struttura, infatti, ha un naturale sistema di pulizia che spinge il cerume verso l’esterno. La spinta del cerume verso l’esterno è garantita dal fatto che la pelle che riveste il condotto “cresce” in questa direzione. La sostituzione naturale della pelle di rivestimento garantisce la fuoriuscita del cerume dal canale uditivo. Il secondo motivo per evitare di andare a toccare il canale uditivo esterno è la possibilità di creare gravi danni alla struttura ed al timpano che si trova nelle vicinanze.

Ma perché si formano i tappi di cerume?

Purtroppo nessuno può rispondere con certezza a questa domanda. Tuttavia, è indubbio che in alcuni pazienti il naturale sistema di drenaggio del cerume non funzioni o funzioni molto meno. E’ probabile che, nei pazienti particolarmente soggetti alla formazione di tappi di cerume, esista un problema nel rinnovamento della cute del condotto auricolare esterno. In molti casi i pazienti che vanno spesso incontro a formazione di tappi di cerume hanno una cute particolarmente grassa o particolarmente secca.

Con il cotton fioc riesco a togliere il cerume?

Molto difficilmente con un cotton fioc si può riuscire a togliere un tappo di cerume. Anzi, nella maggior parte dei casi non si fa altro che peggiorare la situazione, spingendo e compattando i residui ceruminosi in profondità. Un tappo di cerume spinto in fondo al canale uditivo è molto più difficile da rimuove per lo specialista in otorinolaringoiatria. Inoltre, spingere il tappo di cerume in vicinanza del timpano, può accentuare il fastidioso senso di ovattamento tipico di questa condizione.

Per comprendere quanto sia difficile rimuovere un tappo di cerume con i famosi bastoncini è sufficiente informarsi su quali sono i sistemi che gli otorinolaringoiatri usano per rimuovere il cerume. A tal proposito consiglio di leggere anche il Post “Come togliere un tappo di cerume“. Dalla lettura emergerà quanto possa essere complicata la rimozione, pur essendo dotati di tutti gli strumenti necessari.

Che danni possono provocare i cotton fioc?

Utilizzando il cotton fioc si possono provocare lesioni a carico del condotto uditivo e del timpano. Tali lesioni – l’esperienza me lo insegna – possono verificarsi anche se si cerca di utilizzare il bastoncino con la massima cautela. I danni sono ancora più frequenti se l’operazione viene condotta su un bambino. Oltre a questo, residui del cotton fioc o addirittura tutto il cotone possono rimanere imprigionati all’interno del condotto. In questo caso, il cotone dovrà essere estratto con appositi strumenti dallo specialista in otorinolaringoiatria. Questa operazione può essere semplice nell’adulto ma nel bambino può rappresentare una vera impresa. A questo proposito consiglio di leggere il Post “Corpi estranei nell’orecchio. Cosa fare?“.

Corpi estranei nell’orecchio. Cosa fare?

Rinvenire corpi estranei all’interno dell’orecchio è una evenienza tutt’altro che rara, soprattutto nel bambino. Sicuramente si tratta di una evenienza meno frequente rispetto all’ingestione di corpi estranei. A questo riguardo si consiglia la lettura del Post “Come Togliere una lisca in gola“.

Corpo estraneo auricolare. Esame prelevata da Earatlas.co.uk

Nella mia esperienza clinica ho rinvenuto anche oggetti molto curiosi all’interno dell’orecchio dei miei pazienti. Tra di questi ricordo, per esempio, una enorme falena, diverse tipologie di perle, parti di apparecchi acustici, zecche. L’istinto suggerirebbe di tentare subito l’estrazione “dell’intruso” dall’orecchio. Ma è realmente una operazione saggia?

L’estrazione di un corpo estraneo dall’orecchio deve essere eseguita da uno specialista.

Cosa non fare

Provare a rimuovere il corpo estraneo è la prima cosa da evitare. Spesso si tenta questa manovra utilizzando un altro strumento. Il rischio principale è quello di produrre lesioni al canale uditivo esterno o, nella peggiore delle ipotesi, al timpano. Una altra evenienza possibile è che finisca nell’orecchio anche una parte dello “strumento” utilizzato per l’operazione casalinga. Oltretutto occorre considerare che manovre improprie spesso ottengono solo il risultato di mandare ancora più in profondità l’oggetto, rendendo ancora più difficoltosa la sua estrazione. Dal momento che, in molti casi, si ha a che fare con bambini, è facile comprendere che sia opportuno eseguire l’operazione una volta sola poiché sarebbe difficile ottenere collaborazione per due volte consecutive.

Cosa fare

Una operazione che di certo non può provocare danni è quella di inserire nell’orecchio alcune gocce di olio a temperatura ambiente. E’ molto importante evitare di utilizzare “l’olio caldo della nonna”, completamente inutile e potenzialmente pericoloso. L’utilizzo di olio è particolarmente indicato qualora si sospetti che sia entrato un corpo animato nell’orecchio (insetto o altro). L’olio avrà l’effetto di tramortire o uccidere l’insetto, evitando che esso possa produrre danni a canale uditivo o timpano.

Il passo successivo sarà quello di recarsi al pronto soccorso immediatamente. La rimozione del corpo estraneo deve essere compiuta entro poche ore per evitare la comparsa di infezioni o danni.

Come viene rimosso il corpo estraneo

Se il paziente interessato dal corpo estraneo è adulto, solitamente lo specialista otorinolaringoiatra riesce a rimuovere con particolari pinzette il corpo estraneo, senza necessità di alcun tipo di anestesia. L’operazione può essere particolarmente complicata e lunga se si ha a che fare con oggetti sferici sfuggenti. Nella maggior parte dei casi è necessario eseguire l’accertamento sotto guida microscopica. L’utilizzo del microscopio, infatti, garantisce allo specialista di potere utilizzare due mani per procedere all’estrazione.

Quando invece sono interessati i bambini, l’intervento risulta molto più complicato. E’ molto difficile, infatti, che il bambino accetti di stare immobile anche per i pochi secondi necessari ad eseguire il piccolo intervento. Purtroppo, vista la necessità di utilizzare il microscopio, la collaborazione assoluta è un fattore necessario. Per questo motivo, nei casi meno fortunati, può essere necessario eseguire la procedura in anestesia generale.

Miringite bolloso emorragica. Un nome che preoccupa.

Diagnosi di miringite bolloso emorragica

La miringite bolloso emorragica è una infiammazione dell’orecchio medio di origine virale. Nonostante il nome abbia preoccupanti assonanze con la meningite, questa patologia non è certo altrettanto pericolosa. L’agente responsabile dell’infezione è un virus influenzale. Si tratta di una forma di otite media acuta molto fastidiosa. In corso di miringite bollosa, la porzione di orecchio medio maggiormente interessata è la membrana timpanica. Nella maggior parte dei pazienti, in caso di miringite, all’otoscopia sarà possibile evidenziare una membrana fortemente arrossata. Sulla superficie del timpano saranno visibili piccole bolle di color rosso. Il colore della bolla è determinato da accumulo di sangue all’interno della stessa. In molti casi il paziente può aver notato la fuoriuscita di una piccola quantità di sangue dall’orecchio. In certe occasioni può essere presente un residuo di sangue a livello del condotto uditivo esterno.

Rispetto alle infezioni batteriche dell’orecchio, la miringite bolloso emorragica è più difficile da identificare per i non esperti. All’inizio del mio percorso professionale, ricordo chiaramente di aver dovuto vedere numerosi casi prima di riuscire ad identificarne uno. La presenza di piccoli sanguinamenti di certo facilita la formulazione di una diagnosi. Il dolore associato a questo tipo di infezione, di solito, non è particolarmente accentuato. Non è presente dolore alla compressione esterna dell’orecchio come invece accade nelle forme di otite esterna.

Miringite bolloso emorragica
La miringite bolloso emorragica è una otite acuta di origine virale.

Cosa fare in caso di miringite?

Nonostante si tratti di una infezione virale, la somministrazione di antibiotici, in caso di miringite bolloso emorragica è corretta. Infatti, in questa condizione, l’insorgenza di sovra-infezioni batteriche è molto frequente. Oltre all’antibiotico, è indicata anche la somministrazione di cortisone per bocca. Con la rapida istituzione di una terapia corretta, la miringite bolloso emorragica si risolve entro una settimana dall’insorgenza. Tra le possibili complicanze della patologia ricordiamo la possibilità che essa determini un calo uditivo permanente, evenienza rara ma possibile. A tal riguardo è sempre preferibile eseguire un esame audiometrico tonale ed un esame impedenzometrico a fine cura.

Noduli alle corde vocali: che fare?

Le corde vocali possono essere sede di numerose patologie. Non parleremo adesso delle temibili patologie maligne che interessano, in principal modo, i forti fumatori e bevitori. Concentreremo la nostra attenzione, invece, sugli aspetti collegati alla presenza di noduli alle corde vocali. L’insorgenza di noduli è collegata a un non corretto uso della voce e colpisce soprattutto professionisti esposti al pubblico (insegnanti, cantanti attori). Gli abusi vocali imposti dalla professione, a maggior ragione se collegati a tabagismo, rappresentano il principale fattore di rischio per l’insorgenza di questo tipo di disfonia.

Procione che canta
La disfonia da noduli vocali colpisce soprattutto attori, cantanti ed insegnanti.

Che sintomi danno i noduli cordali?

La sintomatologia collegata alla presenza di noduli cordali è variabile. I cantanti possono lamentarsi per un peggioramento della performance canora o per incapacità a raggiungere toni prima usuali. Gli attori e gli insegnanti, di solito, lamentano cali di voce periodici e raucedine. A tal proposito si consiglia la lettura del post “Voce Roca: ecco le cause“. Entrambe le tipologie di paziente possono poi lamentare la sensazione di corpo estraneo a livello faringeo. Questa sensazione può essere prodotta da affaticamento vocale ma anche, soprattutto nei cantanti, da reflusso extra-esofageo.

Diagnosi di noduli cordali

In presenza di disfonia persistente e recidivante, anche al fine di escludere temibili patologie maligne, è consigliabile contattare il proprio medico curante o rivolgersi ad uno specialista in otorinolaringoiatria o foniatria. Un problema di voce che persista per più di 15 giorni non dovrebbe mai in alcun modo essere sottovalutato. La storia clinica del paziente è di fondamentale importanza per l’inquadramento diagnostico, ma soltanto una visita specialistica con fibrolaringoscopia potrà chiarire il quadro clinico. L’accertamento laringoscopico permetterà allo specialista di osservare in modo puntuale le corde vocali durante la fonazione. La visita specialistica deve essere sempre eseguita per programmare il corretto intervento terapeutico.

Noduli alle corde vocali
I noduli alle corde vocali interessano sempre entrambe le corde.

Terapia dei noduli cordali

Il tipo di approccio terapeutico dipende dalle caratteristiche dei noduli rilevati alla visita. Noduli piccoli rispondono molto bene al trattamento logopedico mentre in caso di noduli di dimensioni cospicue può essere necessario ricorrere ad un intervento chirurgico.

In ogni caso, anche in presenza di noduli di spiccata dimensione, è sempre opportuno tentare, in prima battuta, con la terapia logopedica. L’intervento logopedico è volto al ripristino di un uso corretto della voce e si fonda su una serie di esercizi di respirazione e fonazione. Le modalità di riabilitazione logopedica vengono stabilite anche mediante analisi elettroacustica della voce. A tal proposito leggi anche il post “Studiamo la voce per curarla meglio“. Per quanto riguarda l’intervento chirurgico, esso viene eseguito in anestesia generale, per via endoscopica. Le corde vocali vengono raggiunte dalla bocca, senza necessità di tagli esterni. E’ importante sottolineare che, dopo l’intervento, è fondamentale eseguire la terapia logopedica per evitare di continuare ad usare la voce in modo scorretto.

Come togliere una lisca in gola

L’ingestione accidentale di una lisca di pesce, è una evenienza molto frequente. Per fortuna, nella maggior parte dei casi, la spina di pesce viene deglutita insieme al bolo, senza determinare problemi. In alcuni casi, la lisca, durante il transito, provoca una piccola ferita della parete mucosa del faringe. Questa evenienza, non infrequente, non deve preoccupare. Nella maggior parte dei casi, per eliminare il fastidio provocato dalla lesione, è sufficiente osservare un vitto freddo e morbido per alcuni giorni. Più raramente, tuttavia, la spina può andarsi ad incastonare all’interno della parete mucosa del faringe. In molti casi, la lisca va ad inserirsi all’interno di una delle tonsille. Questi organi rappresentano la “prima difesa” che il corpo oppone a questo tipo di insulto.

Lisca pesce
L’ingestione accidentale di una lisca di pesce puà non essere uno scherzo.

Quando sospettare la presenza di una lisca in gola

Se il dolore alla deglutizione si mantiene molto acceso dopo alcune ore, esiste il sospetto che la lisca possa essere rimasta in gola. Se guardandosi allo specchio non si rileva la presenza di corpi estranei nelle tonsille, la lisca potrebbe essere finita in porzioni più declivi del faringe. In questi casi, è consigliabile in prima battuta rivolgersi al proprio medico curante. Ad ogni modo, sarà quasi sempre necessario rivolgersi al pronto soccorso per una valutazione otorinolaringoiatrica urgente.

Manovre casalinghe per rimuovere la lisca

Da una rapida ricerca su internet si osserva come esistano numerose “idee originali” per la rimozione casalinga di una lisca. Alcune di queste idee si posso provare senza rischiare di peggiorare la situazione: bere aceto diluito in acqua, un bicchiere di latte caldo, acqua tiepida leggermente salata, un cucchiaio di olio di oliva. Queste sono tutte soluzioni che, sebbene non abbiano maggiore efficacia rispetto al bere un semplice bicchiere di acqua, possono essere tentate senza peggiorare la situazione. Tra le idee da evitare, cito la famosa mollica di pane, un vero e proprio “tormentone” della nonna. L’ingestione di materiale solido dovrebbe sempre essere evitata. Il cibo potrebbe determinare una maggiore penetrazione della lisca all’interno della mucosa.

Concludendo

Ingoiare una spina di pesce è una evenienza frequente. Per questo motivo occorre sempre prestare grande attenzione quando si mangia il pesce. L’ingestione di una lisca è spesso un evento banale che non lascia conseguenze. In alcuni casi, tuttavia, per rimuovere il corpo estraneo può essere addirittura necessario un intervento in anestesia generale. Nei casi più fortunati, l’otorinolaringoiatra riesce a rimuovere il corpo estraneo con una pinza. Per identificare la lisca può essere necessario eseguire una laringoscopia a fibre ottiche.