Coronavirus e perdita di olfatto

Molti pazienti positivi al Coronavirus riferiscono una diminuzione di olfatto. La capacità di distinguere gli odori viene definita in gergo medico iposmia (se incompleta) o anosmia (se completa). Ma la diminuita capacità di sentire gli odori è permanente o transitoria? Cerchiamo di capire insieme cosa sappiamo al momento.

I cali olfattivi c’erano anche prima di COVID 19

Innanzitutto, occorre precisare che la diminuzione della funzionalità olfattiva è una evenienza che era abbastanza comune anche prima dello sfortunato avvento di COVID 19. Basti pensare ad una comune rinite allergica o ad una sinusite, patologie entrambe spesso collegate ad un brusco calo della capacità olfattiva. Entrambe queste patologie sono in grado di determinare quella che in gergo medico viene definita iposmia trasmissiva. Questo tipo di iposmia nasce dal fatto che l’agente odoroso non arriva a livello del nervo olfattivo e quindi non riesce a produrre la sensazione odorosa.

In altri casi la sensazione odorosa non viene scatenata perché il nervo olfattivo non funziona più. In questi casi si parla di iposmia percettiva. Questo tipo di iposmia è presente, giusto per fare un esempio, nel morbo di Parkinson. Purtroppo questa seconda categoria di iposmia ha una prognosi molto peggiore della prima, nel senso che raramente se ne guarisce.

La diagnosi e la cura delle iposmie trasmissive è uno dei compiti che viene spesso assolto dallo specialista in otorinolaringoiatria. Ma l’iposmia tipica di COVID 19 in quale di queste due categorie si colloca?

Olfatto e Coronavirus

Numerosi colleghi impegnati nelle zone rosse del Nord confermano che il calo della capacità olfattiva è una evenienza abbastanza frequente in corso di infezione da Coronavirus. Forse più frequente di quanto per adesso stimato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Che l’iposmia potesse essere frequente non era da dubitare, in quanto il virus si manifesta spesso con congestione nasale, un fattore di per sé in grado di determinare iposmia. Tuttavia, pare che l’iposmia possa essere presente precocemente anche in assenza di congestione nasale. Occorre sottolineare che molti altri virus, penetrando all’interno del nervo olfattivo, possono provocare iposmia e che anzi le infezioni post-virali sono una delle cause principali di iposmia. Per fortuna, nella maggior parte di casi, anche se si produce un danno al nervo, esso viene riparato e la perdita olfattiva non è permanente. Sarà così anche per il Coronavirus umano?

Ad oggi non esistono dati concreti sul fatto che il calo della capacità olfattiva sia definitivo o permanente. Il coronavirus animale (quindi non quello che interessa direttamente noi) ha un’alta capacità di penetrazione nel nervo olfattivo ma il comportamento sull’uomo potrebbe essere decisamente diverso. Solo ulteriori studi potranno rivelarci come stanno realmente le cose.

Insufflazioni tubariche: cosa sono e quando sono indicate

L’insufflazione tubarica è una pratica terapeutica che ha lo scopo di risolvere il fastidioso ovattamento auricolare, associato a volte ad abbassamento di udito.
Viene effettuata in ambulatorio su soggetti adulti da un medico otorinolaringoiatra, senza bisogno di sedazione. I bambini hanno diverse predisposizioni anatomiche e differenti quadri clinici in cui si consiglia l’esecuzione della manovra di Politzer, non analizzata in questa sede.

Quando sono indicate?


L’ indicazione principe all’insufflazione tubarica negli adulti è l’ototubarite catarrale, ovvero l’accumulo di liquido sieroso o catarrale nell’orecchio medio per una disfunzione della tuba di Eustachio.

tuba eustachio
La tuba di Eustachio è un canale che mette in comunicazione orecchio e faringe.


La sottile tuba di Eustachio è un condotto tra naso e orecchio medio.
Durante processi infiammatori nasali, spesso virali come il banale raffreddore o in caso di stati allergici, essa può essere coinvolta, può restringersi ulteriormente e perdere le proprie competenze, come il drenaggio di fluidi, che di conseguenza permarranno nell’orecchio medio.
Il soggetto lamenterà quindi ovattamento auricolare, eventuale abbassamento dell’udito, rari acufeni.
I sintomi possono risolversi spontaneamente in poche settimane oppure persistere nonostante terapie farmacologiche e quindi richiedere un intervento meccanico diretto, come l’insufflazione tubarica.

Come si esegue una insufflazione tubarica


Consiste nell’inserire lungo la fossa nasale un sottile catetere rigido, attraverso il quale indirizzare alla tuba di Eustachio un gas termale sulfureo con idonee proprietà terapeutiche o, in mancanza di acqua termale, una soluzione fisiologica nebulizzata.
La vaporizzazione deve possedere una spinta pressoria prestabilita, tale da riaprire la tuba, ripristinare il drenaggio e rimuovere le secrezioni catarrali ferme nell’orecchio.
L’insufflazione dura pochi minuti, deve essere eseguita bilateralmente salvo controindicazioni specifiche, ma la terapia completa comprende un ciclo fino a 12 sedute, da effettuarsi nell’arco di 2 mesi.

Cos'è la sinusite? Scopriamolo insieme

Definizione

La sinusite (più correttamente, rinosinusite) è una patologia comune e decisamente “democratica”, che non fa cioè distinzioni di genere o di età e si manifesta con naso chiuso e secrezione di muco denso e viscoso. Se, nei casi virali, più frequentemente coincide con il comune raffreddore, è più spesso la sua origine batterica a farne un fenomeno subacuto (se i sintomi permangono per 10-14 giorni) o cronico (con malessere che si protrae per più di 3 mesi). In questi ultimi casi l’ostruzione nasale generalmente comporta anche cefalea, dolore mascellare e un senso di pesantezza sopra e sotto gli occhi. Su questo aspetto si legga anche il Post “Sinusite o Cefalea: come orientarsi“.

sinusite
Sinusite: l’infiammazione dei seni paranasali


La rinosinusite altro non è che l’infiammazione dei seni paranasali, ossia di quelle cavità pneumatiche del massiccio facciale che servono per alleggerire il peso del cranio, che può verificarsi per motivi congeniti, come la conformazione delle ossa del cranio, la presenza di allergie a pollini, acari e peli di animali o per cause traumatiche ai danni del setto nasale o del cranio. Non si tratta, quindi, di un fenomeno esclusivo della stagione invernale, ma di un disturbo che, nel suo complesso, colpisce circa il 15% della popolazione durante tutto l’anno.

Diagnosi di sinusite cronica

Nel caso in cui l’infiammazione non sia riconducibile a una rinite virale, ma si cronicizzi, una visita specialistica presso un otorinolaringoiatra permette di avere una diagnosi differenziale e di risalire alle cause della patologia. Per fare questo, spesso si richiede anche un accertamento diagnostico, come la TC cone beam del massiccio facciale (tecnica radiologica che usa un fascio conico di raggi x e che si caratterizza per un ridotto apporto di radiazioni) e la fibroscopia nasale (esame ambulatoriale effettuato tramite un sottile tubicino dotato di telecamera che viene inserito nella cavità nasale). Con queste due indagini, si possono indagare le caratteristiche anatomiche del naso e si determina l’approccio terapeutico più indicato che, in una prima fase, nella maggior parte dei casi prevede antibioticoterapia ed aerosolterapia utilizzando docce micronizzate a base di cortisone che agisce come antinfiammatorio locale, favorendo la riduzione del gonfiore della mucosa nasale. Con queste ultime, in particolare, si è in grado di agire in maniera efficace direttamente sulle cavità nasali, concentrando l’azione del farmaco inalato sulle cavità nasali e paransali ed evitandone la diffusione ai polmoni.

Terapia delle sinusiti croniche

Quando le terapie mediche non riescono a risolvere lo stato infiammatorio in maniera definitiva, allora è opportuno valutare l’opzione dell’intervento. Oggi la soluzione per le sinusiti croniche, che siano associate a polipi nasali o meno, è la chirurgia endoscopica funzionale dei seni paranasali, chiamata FESS (Functional Endoscopic Sinus Surgery). Questa tecnica chirurgica mininvasiva utilizza ottiche endoscopiche, videocamere e strumenti dedicati con cui è possibile intervenire con grande precisione in spazi e superfici anche molto ridotti. Nel dettaglio, essa permette di rimuovere le secrezioni accumulate nelle cavità, le lamelle ossee che possono ostruire il normale flusso dell’aria e anche eventuali polipi. In questo modo vengono allargati gli spazi tra naso e cavità paranasali e viene ripristinato un corretto flusso dell’aria che permetterà la guarigione della sinusite. Dopo questo intervento il beneficio è immediato e il paziente avverte già dalle prime settimane la sensazione di avere il “naso libero”.
L’intervento, che si effettua introducendo l’endoscopio tramite le cavità nasali senza alcun taglio della cute, viene solitamente eseguito in anestesia generale, ha una durata di circa 60 minuti e prevede un ricovero di 1 o 2 giorni. L’opzione endoscopica consente tempi di recupero rapidi ed un minor disagio per il paziente, oltre all’assenza di cicatrici visibili sul volto. Al termine dell’intervento per far fronte a un leggero fisiologico sanguinamento, di solito limitato ai primi due giorni post-operatori, vengono applicati tamponi riassorbibili e medicazioni che non procurano fastidio al momento della loro rimozione. Fortunatamente non sono più previsti i tamponi di qualche anno fa che provocavano forte disagio al paziente. Anche gli antidolorifici vengono utilizzati solo in casi sporadici grazie alle nuove tecnologie e al minor trauma provocato dalla procedura. I successivi controlli endoscopici ambulatoriali con lo specialista, che si effettuano a distanza di 1 e 6 mesi, verificano la riuscita dell’intervento e il ripristino della completa funzionalità aerea nasale.

Intervento Chirurgico per Sinusite Cronica
I quadri di rinosinusite cronica si risolvono con un approccio chirurgico

Sempre in chiave mininvasiva possono eseere esguiti anche interventi di Balloon SinuPlasty, ossia l’utilizzo di un palloncino che viene introdotto con un filo guida e viene gonfiato all’interno del seno paranasale infiammato. La cavita paranasale viene così rapidamente drenata e disostruita dalle secrezioni e viene ristabilita la corretta ventilazione. Questa soluzione viene utilizzata in casi opportunamente selezionati dalla TC e rappresenta un utile strumento in caso di sinusiti del seno frontale.
La sinusoplastica dilatativa consente un recupero ancora più veloce e in alcuni casi la possibilità di essere eseguita in Day Hospital.

Rinosinusite pediatrica

Un approfondimento a parte meritano le sinusiti nei pazienti pediatrici, nei quali l’anatomia delle cavità nasali si modifica con la crescita e si completa solamente attorno ai 6/8 anni. Nei casi di sinusiti acute e croniche, innanzitutto, viene suggerita l’esecuzione di lavaggi con acqua salata, cure termali ed anche il soggiorno in ambiente marino per la sua azione antiinfiammatoria naturale.
In caso di problemi ai turbinati si possono eseguire procedure in anestesia locale con l’ausilio di radiofrequenze. Questa energia a radiofrequenze emette un calore inferiori agli strumenti convenzionali permettendo di eseguire la procedura di turbinoplastica senza dolore per il paziente.

Male all’orecchio provocato da denti o gola: è possibile?

Nella pratica clinica capita molto spesso di vedere pazienti che si lamentano di dolore all’orecchio, la cosiddetta otalgia. In molti casi questo sintomo è dovuto ad una infiammazione dell’orecchio ma in altri l’orecchio non ha alcun problema. Infatti, in certi casi, il dolore all’orecchio è dovuto a patologie che hanno sede in altre regioni, in particolare denti e gola. In questi casi si parla di otalgia riflessa. Cerchiamo di capire qualcosa di più al riguardo.

Otalgia riflessa
L’otalgia non sempre è riconducibile ad un problema a carico dell’orecchio.

Otalgia riflessa da male alla gola

Si tratta della forma più frequente di otalgia riflessa ed è caratterizzata dalla contemporanea presenza di una faringite o di una tonsillite. Il paziente si lamenta per dolore alla deglutizione ed all’esame obiettivo il medico trova l’orecchio perfettamente in salute. Per la risoluzione di questo quadro è ovviamente indispensabile curare l’infezione alla gola. A questo proposito si consiglia la lettura del Post “Come togliere le placche alla gola“.

In rari casi sfortunati, l’otalgia può essere conseguenza della presenza di tumori a carico della tonsilla o del rinofaringe. In questi casi difficilmente il paziente si lamenta per dolore alla gola.

Otalgia da problemi odontoiatrici

In molti casi il dolore all’orecchio può essere provocato da una patologia odontoiatrica come ad esempio una carie a carico dei denti del giudizio. Più frequentemente l’otalgia è provocata da un disturbo a carico dell’articolazione temporo-mandibolare, ovvero del punto di unione tra mandibola e cranio. Questi disturbi sono estremamente frequenti, sopratutto nei pazienti affetti da bruxismo. Per bruxismo si intende l’anomala ed involontaria contrazione dei muscoli masticatori durante il sonno. I pazienti affetti da disturbo dell’articolazione temporo-mandibolare riferiscono spesso dolore all’orecchio. Questo dolore viene solitamente descritto come “una puntura di spillo”, intenso ma di breve durata. Di solito questo dolore va a periodi e dura molti mesi. All’esame obiettivo, l’otorinolaringoiatra troverà un orecchio perfettamente normale.

Microlaringoscopia: cosa è e quando è indicata

La “microlaringoscopia in sospensione”, comunemente detta microlaringoscopia, è una procedura chirurgica eseguita in anestesia generale. Si tratta di un intervento utile per la risoluzione di patologie laringee benigne e maligne. L’intervento viene eseguito da uno specialista in otorinolaringoiatria, ha una durata solitamente breve e non prevede “tagli esterni”.

La procedura può avere scopo esclusivamente diagnostico oppure scopo contemporaneamente diagnostico e terapeutico. Una microlaringoscopia può avere solo scopo solo diagnostico se, ad esempio, viene condotta al fine di eseguire una biopsia a livello della laringe. In certi casi, se la lesione laringea da rimuovere è piccola, l’intervento permette l’asportazione della malattia nella stessa seduta.

Disfonia
La microlaringoscopia è indicata in molti casi di disfonia non trattabile con logopedia.

Come si esegue una microlaringoscopia

Come già accennato la procedura viene eseguita in anestesia generale. Il paziente, debitamente intubato dalla bocca, viene assicurato al letto operatorio con la testa estesa. Dopo aver protetto la dentatura con dei supporti plastici appositi, si introduce un endoscopio rigido in bocca. Tale endoscopio viene introdotto fino a raggiungere il piano delle corde vocali.

Il chirurgo, seduto, visualizza la laringe mediante microscopio e, servendosi di vari “strumenti lunghi” è in grado di procedere all’intervento. Diversi strumenti, tra cui pinze e forbici, permettono l’esecuzione di biopsie dei tessuti e l’asportazione di lesioni.

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Una microlaringoscopia classica (immagine prelevata da Dr. Bechara)

In alcuni casi, soprattutto per la rimozione di patologie maligne di piccola estensione, alla microlaringoscopia viene associato l’utilizzo del laser.

Quando si propone questo tipo di intervento è sempre opportuno che il paziente non abbia problemi cervicali importanti. Occorre anche assicurarsi che non siano presenti elementi dentari malati o barcollanti, per non correre il rischio di lesioni accidentali a loro carico.

Quando eseguire una microlaringoscopia

L’intervento è indicato ogni qual volta ci si trovi di fronte a lesioni laringee non chiaramente identificabili. La procedura permette, in questi casi, di eseguire biopsie che chiarificano la natura delle lesioni e, in casi selezionati, la loro contemporanea rimozione.

L’intervento è indicato anche per la rimozione di lesioni glottiche benigne come, ad esempio, polipi, noduli cordali ed edemi di Reinke. Si ricorre a questa procedura in molti casi di disfonia organica.

Credi che questo intervento possa essere indicato per il tuo problema? Rivolgiti al tuo specialista di fiducia.

Tonsillectomia o Riduzione Tonsillare: pro e contro

L’intervento di rimozione delle tonsille è uno degli interventi più frequentemente praticato dall’otorinolaringoiatra. Possiamo affermare che esso sia l’intervento maggiormente eseguito insieme alla settoplastica (a tal proposito ti consigliamo di leggere il Post “Settoplastica: come si svolge e quando è indicata“).

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La tonsillectomia è un intervento eseguito molto frequentemente.

In passato l’intervento veniva eseguito molto comunemente, tanto che gli otorinolaringoiatri si sono meritati la fama di “chirurghi delle tonsille”. Per fortuna, oggi esistono dei criteri precisi per decidere di sottoporre un paziente a tonsillectomia. A tal proposito si consiglia di leggere il post “Tonsille: quando toglierle“. Ma che differenza esiste tra togliere completamente le tonsille ed eseguire una riduzione tonsillare? Quando è consigliabile eseguire una rimozione completa e quando invece una parziale?

Riduzione Tonsillare completa o parziale

Fino a pochi anni fa non esisteva il concetto di rimozione parziale delle tonsille. Gli interventi venivano sempre condotti con lo scopo di rimuovere completamente il tessuto linfatico delle tonsille. In alcuni casi una parte di tessuto tonsillare restava in sede, ma non certo per volontà del chirurgo. Nella maggior parte dei casi la rimozione parziale era dovuta a problemi tecnici insorti durante l’intervento. Per fortuna, nella maggior parte dei casi, una rimozione non completa delle tonsille non determinava (e non determina) alcun problema. La maggior parte di queste operazioni radicali era condotta a causa dell’insorgenza di infezioni tonsillari ricorrenti, una delle principali indicazioni all’intervento. La rimozione completa del tessuto linfatico è infatti in grado di scongiurare la persistenza di infezioni ricorrenti. In questi casi, quindi, è assolutamente indicata la rimozione completa delle tonsille.

Ma quando le tonsille vanno rimosse per motivi non infettivi, è necessario comunque toglierle completamente? Questa è la domanda che ha portato gli otorinolaringoiatri ad inventare l’intervento di riduzione tonsillare.

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Se l’intervento viene eseguito per un problema di apnee notturne le tonsille possono essere soltanto ridotte. In questo modo si riducono i rischi.

In alcuni casi le tonsille non sono interessate da infezioni ricorrenti ma sono implicate nella genesi di una Sindrome delle Apnee Notturne. Questa evenienza è particolarmente frequente nei bambini. A tal proposito consigliamo di leggere il Post “Bambini, russamento e apnee notturne“. In questo caso il tessuto linfatico tonsillare crea soltanto ingombro per la respirazione ma non è sede di un focolaio infettivo. In questi casi può essere certamente saggio non rimuoverlo completamente.

I vantaggi della riduzione parziale

La riduzione tonsillare parziale offre una serie di vantaggi. Innanzitutto riduce di molto il rischio di sanguinamento post-operatorio rispetto alla tecnica classica. Oltre a questo, riduce il dolore post-operatorio nel paziente. Come terzo fattore, il tessuto tonsillare residuo, continua a svolgere il suo ruolo di barriera difensiva contro le infezioni.

Settoplastica: come si svolge e quando è indicata

L’intervento di settoplastica è uno degli interventi più frequentemente eseguiti dal chirurgo otorinolaringoiatra. Per settoplastica si intende la correzione chirurgica di una deviazione del setto nasale. Per setto nasale si intende la parete osseo-cartilaginea che divide in due narici la cavità nasale. L’intervento non deve essere confuso né con la riduzione di una frattura delle ossa proprie del naso né con una rino-settoplastica. In caso di frattura delle ossa proprie del naso, l’intervento è volto a ripristinare la corretta anatomia della piramide nasale, ovvero della parte esterna visibile del naso. In caso di rino-settoplastica, invece, oltre a correggere la deviazione “interne” del setto nasale, si corregge anche l’aspetto esteriore del naso.

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La settoplastica modifica l’interno del naso, non l’esterno. (Tratta da Area Medica)

Come si svolge l’intervento

L’intervento di settoplastica deve essere condotto in anestesia generale. Gli interventi sul setto nasale in anestesia locale, a mio giudizio, trovano scarsissime indicazioni. L’anestesia generale garantisce una maggiore sicurezza per il paziente e permette al chirurgo di operare con maggiore facilità. La maggiore sicurezza deriva dal maggiore controllo delle eventuali emorragie nasali garantito dall’anestesia generale. Le perdite ematiche sono, come è logico attendersi, inevitabili durante un intervento chirurgico. Lavorare con un paziente non intubato aumenta in modo significativo il rischio di difficoltà respiratorie collegate ad emorragia nasale. Il chirurgo sarà facilitato nell’intervento perché, come vedremo, in molte occasioni sono necessarie le “maniere forti”.

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Spesso per la correzione delle deviazione si usa uno scalpello chirurgico.

L’intervento di correzione di una deviazione del setto è un intervento complicato. E’ necessaria una buona esperienza ed una ottima manualità per ottenere buoni risultati. Non sono necessari tagli esterni. Per la correzione di una deviazione della parte cartilaginea del setto nasale (la parte anteriore) si possono usare le “maniere gentili”. Il chirurgo pratica una incisione sulla mucosa e poi rimodella la cartilagine in modo da renderla rettilinea. Nella maggior parte dei casi che arrivano alla terapia chirurgica, tuttavia, è presente anche una deviazione nella parte ossea del setto. Per correggere questa deviazione, il chirurgo ha spesso bisogno di usare le “maniere forti”. In alcuni casi è necessario correggere questo tipo di deformità utilizzando un martello ed uno scalpello chirurgico. Da qui si comprende l’assoluta opportunità di eseguire l’intervento in anestesia generale.

Una volta corretta la deformità del setto, il chirurgo richiude la mucosa con dei punti riassorbibili e si assicura che la parete rimanga diritta per il tempo necessario affinché osso e cartilagine si saldino nuovamente. Per far questo assicura delle bande di materiale plastico al setto nasale mediante l’interposizione di punti a tutto spessore. Queste bande prendo in gergo il nome di “lastrine” poiché si narra che una volta venissero ricavate ritagliando lastre da radiografia. Questa lastrine vengono tenute in sede per non meno di una settimana.

Per ridurre/evitare il rischio di sanguinamento post-operatorio molti chirurghi utilizzano dei tamponi nasali spugnosi che vengono posizionati all’interno delle fosse nasali appena operate. Il tamponamento nasale non è sempre necessario e la sua necessità viene stabilita caso per caso. Personalmente, a meno di particolari impedimenti, evito di eseguire il tamponamento classico, utilizzando una medicazione non invasiva da rimuovere già il giorno successivo all’intervento. Nel caso il paziente venga tamponato in modo classico, i tamponi devono essere rimossi dopo 3-4 giorni.

I tempi di convalescenza per un intervento di questo tipo si aggirano sui 15 giorni. Dopo questo periodo di tempo il paziente può solitamente riprendere quasi tutte le attività quotidiane, magari limitando ancora per un po’ lo sforzo fisico.

Quando sottoporsi ad una settoplastica

L’intervento di settoplastica è indicato per tutti i pazienti affetti da ostruzione nasale persistente di livello tale da creare problemi nella respirazione diurna e/o notturna. L’intervento, in presenza di una deviazione marcata, può migliorare anche la respirazione sotto sforzo durante le prestazioni sportive. La settoplastica può essere indicata anche nella terapia chirurgica della Sindrome delle Apnee Notturne, ma in questo caso spesso si associa ad altre tipologie di intervento.

La tua respirazione nasale è deficitaria e credi che questo intervento possa fare al tuo caso? Parliamone insieme.

Meniére: una patologia cronica invalidante

La Sindrome di Menière è una patologia complessa e di difficile diagnosi, caratterizzata da vertigini e calo dell’udito. Si tratta di una patologia cronica con andamento lentamente progressivo. Anche se le cause in grado di scatenare la malattia non sono note, si ipotizza che essa possa essere provocata da una alterazione dei liquidi contenuti nell’orecchio interno.

Sindrome di Meniere
La Sindrome di Meniere causa vertigini periferiche spesso gravi

Sintomi della Malattia di Meniére

L’estrema variabilità nella sintomatologia, è uno dei fattori che rende difficile la diagnosi di Menière. Classicamente la malattia si presenta con fasi attive della durata di pochi giorni seguite da settimane di benessere. Gli attacchi sono caratterizzati da riduzione temporanea della capacità uditiva, sensazione di ovattamento auricolare, acufeni e vertigini. Le vertigini solitamente sono di lunga durata e molto invalidanti. Tali sintomi, almeno nelle fasi iniziali, recedono completamente al di fuori degli attacchi. Per questo motivo, il calo dell’udito può essere documentato strumentalmente soltanto durante gli attacchi. Inoltre, non tutti i pazienti presentano tutti i sintomi. In alcuni casi, ad esempio, può essere assente il calo fluttuante dell’udito.

Vertigini e Menière
Le vertigini sono l’aspetto forse più invalidante della patologia

Diagnosi di Malattia di Meniére

Come detto, la diagnosi di Meniére è molto difficile e si basa su ripetuti controlli clinici e strumentali. Il paziente dovrà essere visto più volte dallo specialista, sia durante gli attacchi che nei periodi di remissione. Dovranno essere eseguiti anche esami audiometrici ed esami vestibolari seriati per evidenziare la presenza di variazioni nel corso del tempo. Gli esami servono anche a distinguere la patologia da altre patologie simili. A tal proposito si consiglia di leggere il Post “Quali sono le cause delle Vertigini“.

Terapia

Purtroppo, dal momento che ancora la causa certa della malattia non è nota, non esiste una cura definitiva. Gli attacchi rispondono solitamente bene a terapia farmacologica con cortisone e diuretici. Al fine di prevenire gli attacchi, si consiglia di adottare una dieta povera di sale. La patologia, con il passare del tempo, provoca un calo marcato e non reversibile dell’udito. Per fortuna, nella maggior parte dei casi, è interessato un solo orecchio. I pazienti più sfortunati sperimentano vertigini gravissime e prolungate che possono rendere impossibili le attività quotidiane. In questi casi può essere eseguita una “denervazione” dell’orecchio colpito dalla patologia. La procedura, eseguibile con diverse tecniche, risolve le vertigini ma determina perdita completa e definitiva dell’udito dal lato trattato.

Quando mettere l’apparecchio acustico

Hai problemi di udito ma non ti decidi a mettere un apparecchio acustico? Hai una amica che ha messo l’apparecchio ma non ha risolto il suo problema di ipoacusia? In giro si sentono e si leggono molte opinioni contraddittorie. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Apparecchio acustico
Un apparecchio acustico di recente fabbricazione.

Cosa sono gli apparecchi acustici

Gli apparecchi acustici sono degli amplificatori sonori miniaturizzati, in grado di aiutare i paziente affetti da ipoacusia. In pratica, sono il corrispettivo degli occhiali da vista. Già da questa affermazione, è facile comprendere che gli apparecchi acustici non curano un problema di udito. Così come gli occhiali non rendono la vista, gli apparecchi non rendono l’udito. Questi dispositivi permettono, semplicemente di sentire e di vedere meglio nel momento in cui vengono utilizzati.

I primi apparecchi acustici altro non erano che dei corni da appoggiare sull’orecchio per raccogliere il suono. Erano del tutto sprovviste di amplificazione. Successivamente queste protesi vennero dotati di un sistema di amplificazione analogico, in grado di amplificare in modo lineare tutti i suoni che raggiungevano l’orecchio, indipendentemente dalla loro frequenza e dalla loro intensità. Con il progresso della tecnologia e con la sempre maggior miniaturizzazione dei dispositivi, è stato possibile digitalizzare le protesi. Le protesi digitali permettono di amplificare soltanto le frequenze compromesse dal calo uditivo, risultando nella maggior parte dei casi, preferibili rispetto alle protesi analogiche.

Indicazioni alle protesi acustiche

Le protesi acustiche sono indicate per le forme di ipoacusia percettiva, ovvero per le forme di ipoacusia non suscettibili di alcun intervento terapeutico (se non, al limite, l’impianto cocleare). Occorre, poi, distinguere tra pazienti adulti e bambini.

Protesi acustiche nei bambini

Per i bambini con ipoacusia grave o profonda bilaterale, è fondamentale che le protesi acustiche vengano messe il prima possibile. Sarebbe auspicabile iniziare ad utilizzare le protesi subito dopo la diagnosi di ipoacusia. Le protesi, infatti, permettono a questi pazienti, nella maggior parte dei casi, di sviluppare un linguaggio soddisfacente. Nei pazienti che non riescono a sviluppare il linguaggio può essere valutato l’intervento di impianto cocleare. In caso di bambini con forme di ipoacusia meno severa, la protesizzazione deve essere valutata caso per caso. Nelle forme lievi la l’intervento protesico è indicato soprattutto se esistono problemi di sviluppo linguistico o patologie neuropsichiatriche associate.

Protesi acustiche negli adulti

Per quanto riguarda gli adulti, è fondamentale non sbagliare il momento in cui proporre una protesi acustica. Infatti, nel caso si proponga troppo precocemente il paziente risulterà insoddisfatto. Sarebbe come proporre di mettere degli occhiali +1 ad un paziente che ha soltanto un affaticamento visivo da stress. Il paziente non avrebbe maggior confort dall’utilizzo delle protesi ma solo svantaggi. E’ altrettanto importante, tuttavia, non ritardare troppo l’utilizzo delle protesi. E’ dimostrato, infatti, che la mancata protesizzazione nel paziente anziano, accelera in modo importante il deterioramento cognitivo. Oltre a questo, mettere protesi acustiche a pazienti gravemente ipoacusici e molto anziani, risulta spesso difficoltoso o addirittura impossibile. A tal proposito si legga anche il Post “L’ipoacusia nell’anziano: come affrontarla“.

Per quanto sopra affermato, nonostante ogni caso debba essere valutato a parte, ritengo che si possa iniziare a pensare di mettere una protesi acustica quando si rileva un calo sulle frequenze 500, 1000 e 2000 Hz di almeno 40 dB. Il calo dovrebbe essere presente su entrambe le orecchie. Le frequenze che ho menzionato sono, infatti, le più importanti per comprendere in modo adeguato la voce di conversazione.

Cosa sono gli otoliti e che disturbi provocano

Gli otoliti sono piccolissimi addensati basofili, simili a calcoli renali, che possono andare a formarsi nei liquidi dell’orecchio interno. Gli otoliti sono comunemente definiti dai pazienti “sassolini” o “calcolini” dell’orecchio. Questi addensati sono responsabili di una delle più frequenti tipologie di vertigine, la vertigine parossistica posizionale benigna. Questo tipo di vertigine, caratterizzata da attacchi ripetuti ma di breve durata, viene definito posizionale proprio perché viene scatenata dal cambio di posizione della testa. Ricordiamo che esistono anche altre cause di vertigine. A questo proposito consigliamo di leggere il Post “Quali sono le cause delle Vertigini“.

otoliti
Gli otoliti sono piccoli sassolini in grado di determinare la comparsa di vertigini

Dove sono gli otoliti?

In condizioni di normalità ed assenza di vertigini, gli otoliti non sono presenti. Questi aggregati di calcio si formano per motivi ancora non del tutto chiari. Ma dove vanno a localizzarsi? Proprio all’interno del sistema deputato al controllo dell’equilibrio, definito sistema vestibolare. A mio giudizio non esiste un sistema anatomicamente più complesso rispetto al sistema vestibolare. Per questo motivo risulta molto difficile spiegare a chi non è esperto dove esattamente vadano a collocarsi i famosi sassolini. Gli otoliti si formano all’interno del liquido contenuto nei canali semi-circolari dell’orecchio interno. Questo liquido viene definito endolinfa.

Perché gli otoliti provocano le vertigini?

Gli otoliti provocano vertigine poiché determinano una alterazione del flusso e dello spostamento dei liquidi contenuti nell’orecchio interno. Ma perché questi liquidi sono così importanti per il nostro equilibrio? Proprio perché ci informano, secondo per secondo, sulla posizione della nostra testa. All’interno dei canali che contengono l’endolinfa, sono presenti dei recettori che captano i movimenti del liquido. A diversi movimenti della testa corrispondono diversi movimenti del liquido. Questo ci permette di capire, ad esempio, se la nostra testa viene ruotata verso sinistra o verso destra. A questo punto risulta forse più comprensibile capire come la presenza di un “sassolino” all’interno di questi liquidi possa rendere instabile il sistema vestibolare. Gli spostamenti dei liquidi risulteranno alterati. Inoltre il piccolo calcolo potrebbe andare a stimolare i recettori anche in assenza di movimento del capo. Questo, in parole molto semplici, provoca la vertigine.

Come risolvere un problema di otoliti

In alcuni casi le vertigini provocate dagli otoliti si risolvono spontaneamente. E’ probabile che, in questi casi, i sassolini vadano a depositarsi in un tratto dei canali semi-circolari dove non danno più fastidio al movimento dei liquidi. Se questo non avviene, l’unico modo per risolvere il problema è sottoporsi ad un esame vestibolare. Attraverso questo esame sarà possibile localizzare il calcolino e, mediante particolari movimenti del capo, farlo spostare dove non possa più provocare vertigine.