Apnee notturne e ridotta ossigenazione: quali i rischi?

La Sindrome delle apnee notturne è una patologia estremamente diffusa, anche se spesso non tenuta nella giusta considerazione da medici e pazienti. Come già detto in altri Post (“Cosa significa AHI nel referto di una polisonnografia notturna“), la sindrome viene classificata in tre gradi (lieve, media, grave) in base al numero degli episodi di apnea che si verificano in un’ora. Tuttavia, il numero orario di apnee (definito AHI) non è il solo parametro da considerare per stabilire la gravità della patologia. L’eventuale presenza di una riduzione della ossigenazione del sangue durante la notte, è in grado di peggiorare la prognosi della sindrome.

Calo di ossigeno ed apnee notturne. Un fattore di rilievo.
Apnee notturne e riduzione di ossigeno nel sangue: un fattore di rilievo.

I rischi collegati alla ridotta ossigenazione del sangue

Recenti studi hanno dimostrato che il calo ripetuto di ossigeno nel sangue (definito desaturazione), tipico della Sindrome della Apnee notturne, è in grado di favorire lo sviluppo di numerosi disturbi. Addirittura è stato possibile evidenziare come desaturazioni di diversa gravità siano collegate allo sviluppo di particolari quadri patologici.

Desaturazioni del 2% favorirebbero lo sviluppo di diabete (Punjabi, AJRCCM 2009). Cali del 3% sarebbero collegate ad una riduzione in velocità e qualità dei processi cognitivi (Terpening J Alz Dis 2015). Desaturazioni del 4% sarebbero responsabili dell’insorgenza o del peggioramento di ipertensione arteriosa ( Punjabi, AJRCCM 2009).

Inoltre, se l’ossigeno si mantiene al di sotto del 90% per lunghi periodi, aumenta il rischio di trombosi, embolia polmonare e, addirittura, cancro (Alonso-Fernandez, Chest 2016).

Concludendo

Una corretta interpretazione dei risultati della poli(sonno)grafia è fondamentale per stabilire la gravità di una Sindrome delle apnee notturne. Basarsi sul solo numero delle apnee notturne può portare a sottovalutare alcuni aspetti della patologia. Per esempio, sindromi di grado medio potrebbero essere associate a gravi cali di ossigenazione, tali da renderle più preoccupanti di forme definite gravi.

Cosa sono gli otoliti e che disturbi provocano

Gli otoliti sono piccolissimi addensati basofili, simili a calcoli renali, che possono andare a formarsi nei liquidi dell’orecchio interno. Gli otoliti sono comunemente definiti dai pazienti “sassolini” o “calcolini” dell’orecchio. Questi addensati sono responsabili di una delle più frequenti tipologie di vertigine, la vertigine parossistica posizionale benigna. Questo tipo di vertigine, caratterizzata da attacchi ripetuti ma di breve durata, viene definito posizionale proprio perché viene scatenata dal cambio di posizione della testa. Ricordiamo che esistono anche altre cause di vertigine. A questo proposito consigliamo di leggere il Post “Quali sono le cause delle Vertigini“.

otoliti
Gli otoliti sono piccoli sassolini in grado di determinare la comparsa di vertigini

Dove sono gli otoliti?

In condizioni di normalità ed assenza di vertigini, gli otoliti non sono presenti. Questi aggregati di calcio si formano per motivi ancora non del tutto chiari. Ma dove vanno a localizzarsi? Proprio all’interno del sistema deputato al controllo dell’equilibrio, definito sistema vestibolare. A mio giudizio non esiste un sistema anatomicamente più complesso rispetto al sistema vestibolare. Per questo motivo risulta molto difficile spiegare a chi non è esperto dove esattamente vadano a collocarsi i famosi sassolini. Gli otoliti si formano all’interno del liquido contenuto nei canali semi-circolari dell’orecchio interno. Questo liquido viene definito endolinfa.

Perché gli otoliti provocano le vertigini?

Gli otoliti provocano vertigine poiché determinano una alterazione del flusso e dello spostamento dei liquidi contenuti nell’orecchio interno. Ma perché questi liquidi sono così importanti per il nostro equilibrio? Proprio perché ci informano, secondo per secondo, sulla posizione della nostra testa. All’interno dei canali che contengono l’endolinfa, sono presenti dei recettori che captano i movimenti del liquido. A diversi movimenti della testa corrispondono diversi movimenti del liquido. Questo ci permette di capire, ad esempio, se la nostra testa viene ruotata verso sinistra o verso destra. A questo punto risulta forse più comprensibile capire come la presenza di un “sassolino” all’interno di questi liquidi possa rendere instabile il sistema vestibolare. Gli spostamenti dei liquidi risulteranno alterati. Inoltre il piccolo calcolo potrebbe andare a stimolare i recettori anche in assenza di movimento del capo. Questo, in parole molto semplici, provoca la vertigine.

Come risolvere un problema di otoliti

In alcuni casi le vertigini provocate dagli otoliti si risolvono spontaneamente. E’ probabile che, in questi casi, i sassolini vadano a depositarsi in un tratto dei canali semi-circolari dove non danno più fastidio al movimento dei liquidi. Se questo non avviene, l’unico modo per risolvere il problema è sottoporsi ad un esame vestibolare. Attraverso questo esame sarà possibile localizzare il calcolino e, mediante particolari movimenti del capo, farlo spostare dove non possa più provocare vertigine.

Perché i cotton fioc fanno male

Una delle domande che vengono rivolte più spesso all’otorinolaringoiatra riguarda l’utilizzo del cotton fioc. Il cotton fioc è dannoso? Posso utilizzarlo per pulire l’orecchio? Vi anticipo subito che l’utilizzo del cotton fioc dovrebbe essere molto limitato se non addirittura abolito. Adesso proverò anche a spiegarvi il motivo di questo “divieto”.

Cotton Fioc
Gli amati e famigerati cotton fioc

La pulizia dell’orecchio è davvero necessaria?

Per prima cosa proviamo a rispondere a questa domanda. E’ indubbio che la pulizia del padiglione auricolare esterno sia una una buona norma sociale. Il cotton fioc, in effetti, nasce proprio al fine di pulire la parte esterna dell’orecchio. Il padiglione auricolare esterno, per capirsi, è la parte visibile dell’orecchio, quella dove si appoggiano gli occhiali. Il “bastoncino” dovrebbe essere utilizzato esclusivamente per questa sede. Il dispositivo non dovrebbe mai essere inserito all’interno del canale uditivo esterno. Per prima cosa, il canale uditivo esterno non ha bisogno di essere pulito. Questa struttura, infatti, ha un naturale sistema di pulizia che spinge il cerume verso l’esterno. La spinta del cerume verso l’esterno è garantita dal fatto che la pelle che riveste il condotto “cresce” in questa direzione. La sostituzione naturale della pelle di rivestimento garantisce la fuoriuscita del cerume dal canale uditivo. Il secondo motivo per evitare di andare a toccare il canale uditivo esterno è la possibilità di creare gravi danni alla struttura ed al timpano che si trova nelle vicinanze.

Ma perché si formano i tappi di cerume?

Purtroppo nessuno può rispondere con certezza a questa domanda. Tuttavia, è indubbio che in alcuni pazienti il naturale sistema di drenaggio del cerume non funzioni o funzioni molto meno. E’ probabile che, nei pazienti particolarmente soggetti alla formazione di tappi di cerume, esista un problema nel rinnovamento della cute del condotto auricolare esterno. In molti casi i pazienti che vanno spesso incontro a formazione di tappi di cerume hanno una cute particolarmente grassa o particolarmente secca.

Con il cotton fioc riesco a togliere il cerume?

Molto difficilmente con un cotton fioc si può riuscire a togliere un tappo di cerume. Anzi, nella maggior parte dei casi non si fa altro che peggiorare la situazione, spingendo e compattando i residui ceruminosi in profondità. Un tappo di cerume spinto in fondo al canale uditivo è molto più difficile da rimuove per lo specialista in otorinolaringoiatria. Inoltre, spingere il tappo di cerume in vicinanza del timpano, può accentuare il fastidioso senso di ovattamento tipico di questa condizione.

Per comprendere quanto sia difficile rimuovere un tappo di cerume con i famosi bastoncini è sufficiente informarsi su quali sono i sistemi che gli otorinolaringoiatri usano per rimuovere il cerume. A tal proposito consiglio di leggere anche il Post “Come togliere un tappo di cerume“. Dalla lettura emergerà quanto possa essere complicata la rimozione, pur essendo dotati di tutti gli strumenti necessari.

Che danni possono provocare i cotton fioc?

Utilizzando il cotton fioc si possono provocare lesioni a carico del condotto uditivo e del timpano. Tali lesioni – l’esperienza me lo insegna – possono verificarsi anche se si cerca di utilizzare il bastoncino con la massima cautela. I danni sono ancora più frequenti se l’operazione viene condotta su un bambino. Oltre a questo, residui del cotton fioc o addirittura tutto il cotone possono rimanere imprigionati all’interno del condotto. In questo caso, il cotone dovrà essere estratto con appositi strumenti dallo specialista in otorinolaringoiatria. Questa operazione può essere semplice nell’adulto ma nel bambino può rappresentare una vera impresa. A questo proposito consiglio di leggere il Post “Corpi estranei nell’orecchio. Cosa fare?“.

Corpi estranei nell’orecchio. Cosa fare?

Rinvenire corpi estranei all’interno dell’orecchio è una evenienza tutt’altro che rara, soprattutto nel bambino. Sicuramente si tratta di una evenienza meno frequente rispetto all’ingestione di corpi estranei. A questo riguardo si consiglia la lettura del Post “Come Togliere una lisca in gola“.

Corpo estraneo auricolare. Esame prelevata da Earatlas.co.uk

Nella mia esperienza clinica ho rinvenuto anche oggetti molto curiosi all’interno dell’orecchio dei miei pazienti. Tra di questi ricordo, per esempio, una enorme falena, diverse tipologie di perle, parti di apparecchi acustici, zecche. L’istinto suggerirebbe di tentare subito l’estrazione “dell’intruso” dall’orecchio. Ma è realmente una operazione saggia?

L’estrazione di un corpo estraneo dall’orecchio deve essere eseguita da uno specialista.

Cosa non fare

Provare a rimuovere il corpo estraneo è la prima cosa da evitare. Spesso si tenta questa manovra utilizzando un altro strumento. Il rischio principale è quello di produrre lesioni al canale uditivo esterno o, nella peggiore delle ipotesi, al timpano. Una altra evenienza possibile è che finisca nell’orecchio anche una parte dello “strumento” utilizzato per l’operazione casalinga. Oltretutto occorre considerare che manovre improprie spesso ottengono solo il risultato di mandare ancora più in profondità l’oggetto, rendendo ancora più difficoltosa la sua estrazione. Dal momento che, in molti casi, si ha a che fare con bambini, è facile comprendere che sia opportuno eseguire l’operazione una volta sola poiché sarebbe difficile ottenere collaborazione per due volte consecutive.

Cosa fare

Una operazione che di certo non può provocare danni è quella di inserire nell’orecchio alcune gocce di olio a temperatura ambiente. E’ molto importante evitare di utilizzare “l’olio caldo della nonna”, completamente inutile e potenzialmente pericoloso. L’utilizzo di olio è particolarmente indicato qualora si sospetti che sia entrato un corpo animato nell’orecchio (insetto o altro). L’olio avrà l’effetto di tramortire o uccidere l’insetto, evitando che esso possa produrre danni a canale uditivo o timpano.

Il passo successivo sarà quello di recarsi al pronto soccorso immediatamente. La rimozione del corpo estraneo deve essere compiuta entro poche ore per evitare la comparsa di infezioni o danni.

Come viene rimosso il corpo estraneo

Se il paziente interessato dal corpo estraneo è adulto, solitamente lo specialista otorinolaringoiatra riesce a rimuovere con particolari pinzette il corpo estraneo, senza necessità di alcun tipo di anestesia. L’operazione può essere particolarmente complicata e lunga se si ha a che fare con oggetti sferici sfuggenti. Nella maggior parte dei casi è necessario eseguire l’accertamento sotto guida microscopica. L’utilizzo del microscopio, infatti, garantisce allo specialista di potere utilizzare due mani per procedere all’estrazione.

Quando invece sono interessati i bambini, l’intervento risulta molto più complicato. E’ molto difficile, infatti, che il bambino accetti di stare immobile anche per i pochi secondi necessari ad eseguire il piccolo intervento. Purtroppo, vista la necessità di utilizzare il microscopio, la collaborazione assoluta è un fattore necessario. Per questo motivo, nei casi meno fortunati, può essere necessario eseguire la procedura in anestesia generale.

Miringite bolloso emorragica. Un nome che preoccupa.

Diagnosi di miringite bolloso emorragica

La miringite bolloso emorragica è una infiammazione dell’orecchio medio di origine virale. Nonostante il nome abbia preoccupanti assonanze con la meningite, questa patologia non è certo altrettanto pericolosa. L’agente responsabile dell’infezione è un virus influenzale. Si tratta di una forma di otite media acuta molto fastidiosa. In corso di miringite bollosa, la porzione di orecchio medio maggiormente interessata è la membrana timpanica. Nella maggior parte dei pazienti, in caso di miringite, all’otoscopia sarà possibile evidenziare una membrana fortemente arrossata. Sulla superficie del timpano saranno visibili piccole bolle di color rosso. Il colore della bolla è determinato da accumulo di sangue all’interno della stessa. In molti casi il paziente può aver notato la fuoriuscita di una piccola quantità di sangue dall’orecchio. In certe occasioni può essere presente un residuo di sangue a livello del condotto uditivo esterno.

Rispetto alle infezioni batteriche dell’orecchio, la miringite bolloso emorragica è più difficile da identificare per i non esperti. All’inizio del mio percorso professionale, ricordo chiaramente di aver dovuto vedere numerosi casi prima di riuscire ad identificarne uno. La presenza di piccoli sanguinamenti di certo facilita la formulazione di una diagnosi. Il dolore associato a questo tipo di infezione, di solito, non è particolarmente accentuato. Non è presente dolore alla compressione esterna dell’orecchio come invece accade nelle forme di otite esterna.

Miringite bolloso emorragica
La miringite bolloso emorragica è una otite acuta di origine virale.

Cosa fare in caso di miringite?

Nonostante si tratti di una infezione virale, la somministrazione di antibiotici, in caso di miringite bolloso emorragica è corretta. Infatti, in questa condizione, l’insorgenza di sovra-infezioni batteriche è molto frequente. Oltre all’antibiotico, è indicata anche la somministrazione di cortisone per bocca. Con la rapida istituzione di una terapia corretta, la miringite bolloso emorragica si risolve entro una settimana dall’insorgenza. Tra le possibili complicanze della patologia ricordiamo la possibilità che essa determini un calo uditivo permanente, evenienza rara ma possibile. A tal riguardo è sempre preferibile eseguire un esame audiometrico tonale ed un esame impedenzometrico a fine cura.

Noduli alle corde vocali: che fare?

Le corde vocali possono essere sede di numerose patologie. Non parleremo adesso delle temibili patologie maligne che interessano, in principal modo, i forti fumatori e bevitori. Concentreremo la nostra attenzione, invece, sugli aspetti collegati alla presenza di noduli alle corde vocali. L’insorgenza di noduli è collegata a un non corretto uso della voce e colpisce soprattutto professionisti esposti al pubblico (insegnanti, cantanti attori). Gli abusi vocali imposti dalla professione, a maggior ragione se collegati a tabagismo, rappresentano il principale fattore di rischio per l’insorgenza di questo tipo di disfonia.

Procione che canta
La disfonia da noduli vocali colpisce soprattutto attori, cantanti ed insegnanti.

Che sintomi danno i noduli cordali?

La sintomatologia collegata alla presenza di noduli cordali è variabile. I cantanti possono lamentarsi per un peggioramento della performance canora o per incapacità a raggiungere toni prima usuali. Gli attori e gli insegnanti, di solito, lamentano cali di voce periodici e raucedine. A tal proposito si consiglia la lettura del post “Voce Roca: ecco le cause“. Entrambe le tipologie di paziente possono poi lamentare la sensazione di corpo estraneo a livello faringeo. Questa sensazione può essere prodotta da affaticamento vocale ma anche, soprattutto nei cantanti, da reflusso extra-esofageo.

Diagnosi di noduli cordali

In presenza di disfonia persistente e recidivante, anche al fine di escludere temibili patologie maligne, è consigliabile contattare il proprio medico curante o rivolgersi ad uno specialista in otorinolaringoiatria o foniatria. Un problema di voce che persista per più di 15 giorni non dovrebbe mai in alcun modo essere sottovalutato. La storia clinica del paziente è di fondamentale importanza per l’inquadramento diagnostico, ma soltanto una visita specialistica con fibrolaringoscopia potrà chiarire il quadro clinico. L’accertamento laringoscopico permetterà allo specialista di osservare in modo puntuale le corde vocali durante la fonazione. La visita specialistica deve essere sempre eseguita per programmare il corretto intervento terapeutico.

Noduli alle corde vocali
I noduli alle corde vocali interessano sempre entrambe le corde.

Terapia dei noduli cordali

Il tipo di approccio terapeutico dipende dalle caratteristiche dei noduli rilevati alla visita. Noduli piccoli rispondono molto bene al trattamento logopedico mentre in caso di noduli di dimensioni cospicue può essere necessario ricorrere ad un intervento chirurgico.

In ogni caso, anche in presenza di noduli di spiccata dimensione, è sempre opportuno tentare, in prima battuta, con la terapia logopedica. L’intervento logopedico è volto al ripristino di un uso corretto della voce e si fonda su una serie di esercizi di respirazione e fonazione. Le modalità di riabilitazione logopedica vengono stabilite anche mediante analisi elettroacustica della voce. A tal proposito leggi anche il post “Studiamo la voce per curarla meglio“. Per quanto riguarda l’intervento chirurgico, esso viene eseguito in anestesia generale, per via endoscopica. Le corde vocali vengono raggiunte dalla bocca, senza necessità di tagli esterni. E’ importante sottolineare che, dopo l’intervento, è fondamentale eseguire la terapia logopedica per evitare di continuare ad usare la voce in modo scorretto.

Come togliere una lisca in gola

L’ingestione accidentale di una lisca di pesce, è una evenienza molto frequente. Per fortuna, nella maggior parte dei casi, la spina di pesce viene deglutita insieme al bolo, senza determinare problemi. In alcuni casi, la lisca, durante il transito, provoca una piccola ferita della parete mucosa del faringe. Questa evenienza, non infrequente, non deve preoccupare. Nella maggior parte dei casi, per eliminare il fastidio provocato dalla lesione, è sufficiente osservare un vitto freddo e morbido per alcuni giorni. Più raramente, tuttavia, la spina può andarsi ad incastonare all’interno della parete mucosa del faringe. In molti casi, la lisca va ad inserirsi all’interno di una delle tonsille. Questi organi rappresentano la “prima difesa” che il corpo oppone a questo tipo di insulto.

Lisca pesce
L’ingestione accidentale di una lisca di pesce puà non essere uno scherzo.

Quando sospettare la presenza di una lisca in gola

Se il dolore alla deglutizione si mantiene molto acceso dopo alcune ore, esiste il sospetto che la lisca possa essere rimasta in gola. Se guardandosi allo specchio non si rileva la presenza di corpi estranei nelle tonsille, la lisca potrebbe essere finita in porzioni più declivi del faringe. In questi casi, è consigliabile in prima battuta rivolgersi al proprio medico curante. Ad ogni modo, sarà quasi sempre necessario rivolgersi al pronto soccorso per una valutazione otorinolaringoiatrica urgente.

Manovre casalinghe per rimuovere la lisca

Da una rapida ricerca su internet si osserva come esistano numerose “idee originali” per la rimozione casalinga di una lisca. Alcune di queste idee si posso provare senza rischiare di peggiorare la situazione: bere aceto diluito in acqua, un bicchiere di latte caldo, acqua tiepida leggermente salata, un cucchiaio di olio di oliva. Queste sono tutte soluzioni che, sebbene non abbiano maggiore efficacia rispetto al bere un semplice bicchiere di acqua, possono essere tentate senza peggiorare la situazione. Tra le idee da evitare, cito la famosa mollica di pane, un vero e proprio “tormentone” della nonna. L’ingestione di materiale solido dovrebbe sempre essere evitata. Il cibo potrebbe determinare una maggiore penetrazione della lisca all’interno della mucosa.

Concludendo

Ingoiare una spina di pesce è una evenienza frequente. Per questo motivo occorre sempre prestare grande attenzione quando si mangia il pesce. L’ingestione di una lisca è spesso un evento banale che non lascia conseguenze. In alcuni casi, tuttavia, per rimuovere il corpo estraneo può essere addirittura necessario un intervento in anestesia generale. Nei casi più fortunati, l’otorinolaringoiatra riesce a rimuovere il corpo estraneo con una pinza. Per identificare la lisca può essere necessario eseguire una laringoscopia a fibre ottiche.

Quali sono le cause delle vertigini

Le vertigini sono un sintomo molto fastidioso ed invalidante. L’insorgenza del fenomeno vertiginoso, spesso associato a nausea e vomito, determina in alcuni casi l’impossibilità di svolgere le comuni attività giornaliere. In alcuni casi, a causa dei giramenti di testa e del mal di testa che ad essi si accompagna, può essere necessario il ricovero del paziente. Il disturbo può essere provocato da numerose cause scatenanti, a volte anche banali. In alcuni casi può essere molto difficile identificare quali sono le cause delle vertigini. In ogni caso, occorre non sottovalutare mai la comparsa di questo sintomo in quanto, in certi casi, può rappresentare un segnale della presenza di patologie potenzialmente gravi come la sclerosi multipla, tumori cerebrali, neurinoma del nervo acustico. Per questo motivo, in nessun caso il sintomo deve essere trascurato.

Le vertigini possono essere causate da numerose patologie.

Anche se il medico di famiglia può fornire un valido aiuto nella gestione immediata del problema, ai fini della formulazione di una diagnosi precisa è sempre opportuno rivolgersi ad uno specialista.

Vertigini Centrali e Vertigini Periferiche

Come abbiamo già accennato, le cause della vertigine possono essere numerose. In generale, le vertigini vengono divise in centrali e periferiche.

Le vertigini centrali sono provocate da problemi a carico del sistema nervoso centrale, come ad esempio tumori o patologie neurologiche come la sclerosi multipla. Di solito, ma con numerose eccezioni, queste vertigini non sono scatenate dai movimenti della testa ed hanno una durata più prolungata rispetto alle forme periferiche. Lo specialista più indicato per la cura di questa forma di vertigini è il neurologo.

Le vertigini periferiche hanno origine dal sistema vestibolare, ovvero dalla parte dell’orecchio deputata al controllo dell’equilibrio. Tra le forme più frequenti di vertigine periferica, troviamo la vertigine parossistica posizionale benigna, presente in diverse varianti. Questa forma di vertigine si presenta con attacchi acuti di breve durata che si presentano dopo l’esecuzione di particolari movimenti della testa. In molti casi, i pazienti avvertono il sintomo soprattutto durante i cambi di posizione nel letto. Questo tipo di vertigine può essere risolta dallo specialista mediante l’esecuzioni di particolari manovre del capo (come ad esempio la manovra di Epley), volte a ripristinare il corretto funzionamento del sistema vestibolare. Le manovre cambiano a seconda della variante di vertigine parossistica di cui soffre il paziente. L’unico modo per identificare il tipo di vertigine parossistica di cui soffre il paziente, in modo da poter condurre la manovra corretta, è eseguire un esame vestibolare.

Un altro tipo di vertigine periferica è la labirintite, meglio identificata come neurite vestibolare. Questo tipo di vertigine periferica, scatenata da una infezione del nervo vestibolare, si presenta di solito con una sintomatologia molto spiccata che costringe il paziente a letto per un lungo periodo. In alcuni casi, la neurite vestibolare provoca un permanente deficit di funzionalità del nervo vestibolare colpito. Per fortuna, nella grande maggioranza dei casi, i pazienti, grazie a fenomeni di compenso, recuperano un equilibrio normale. Il problema può essere di maggior rilievo qualora interessi soggetti anziani con scarsa capacità di compenso. In questi ultimi può essere indicata l’esecuzione di particolari esercizi di recupero funzionale denominati riabilitazione vestibolare.

Tra le forme di vertigine periferica citiamo infine quella associata alla Sindrome di Meniere, una patologia cronica caratterizzata dall’associazione di acufeni, vertigini ed ipoacusia.

Cosa non fare in corso di otite

Diversi tipi di otite: diverse terapie

Per otite si intende un fenomeno infiammatorio a carico dell’orecchio. In alcuni casi, ma non sempre, questo processo si accompagna a “mal di orecchio”, definito con il termine medico otalgia. Esistono diversi tipi di otite ed ogni tipo di otite, purtroppo, ha bisogno di una diversa terapia. Per otite media acuta si intende una infiammazione a carico dell’orecchio medio, ovvero della cassa timpanica e della membrana timpanica. Per otite esterna, anche definita “otite del nuotatore”, si intende una infezione del padiglione auricolare e del condotto uditivo esterno. Da sottolineare il fatto che, contrariamente a quanto si possa credere, le otiti esterne possono essere maggiormente dolorosa dell’otite media. Per ulteriori informazioni riguardo l’otite esterna si consiglia di leggere il post “Otite esterna: il dolore all’orecchio tipico dell’estate“.

Otite: cosa non fare

Da questa rapida introduzione si comprende che la formulazione di una diagnosi corretta sia possibile soltanto dopo l’esecuzione di una visita specialistica otorinolaringoiatrica. Soltanto lo specialista, infatti, potrà identificare le cause del “mal d’orecchio” e stabilire, ad esempio, l’opportunità di una terapia antibiotica.

Non esiste un solo tipo di otite…

Nell’attesa di rivolgersi al proprio specialista di fiducia, vorrei fornire alcune indicazioni su cosa non fare. Compiere manovre non sicure o utilizzare farmaci non indicati, infatti, può determinare un aggravamento dell’infezione.

Di certo occorre evitare di utilizzare il cotton fioc. L’otite, a volte, può determinare una sensazione di orecchio pieno che alcuni pazienti possono scambiare per un tappo di cerume. L’utilizzo del cotton fioc è sempre pericoloso ma in corso di otite il rischio di perforazione del timpano è ancora maggiore,

La tradizione tramanda che, al fine di alleviare il dolore, sia possibile utilizzare dell’olio caldo da inserire all’interno del condotto uditivo esterno. Questa pratica è del tutto inutile e potenzialmente molto pericolosa poiché può determinare gravi ustioni del condotto. In presenza di una perforazione del timpano, il danno può essere esteso anche all’orecchio medio.

E’ fondamentale evitare di fare entrare l’acqua nell’orecchio, per esempio durante la doccia. L’acqua può determinare un grave peggioramento della sintomatologia.

Sarebbe opportuno evitare l’utilizzo di gocce antidolorifiche locali poiché esse, oltre ad avere una dubbia efficacia, possono essere controindicate in presenza di perforazione timpanica. Rispetto alle gocce locali è sempre preferibile assumere un antidolorifico per via sistemica.

Cosa significa timpanogramma piatto.

Quando un esame impedenzometrico rileva la presenza di un timpanogramma piatto (anche definito di tipo B), le mamme iniziano a preoccuparsi. Ma qual è il reale significato di questo reperto? Nella pratica clinica, mi accorgo sempre di più che il concetto non è ben compreso.

Piatto significa udito ridotto?

La maggior parte delle persone è convinta che avere un timpanogramma di tipo B significhi non sentire bene. Anche se, spesso, le due cose vanno di pari passo, in realtà non è così. Il fatto che, graficamente, si ottenga una linea piatta, non significa che esiste una riduzione della capacità uditiva, ma semplicemente che la membrana timpanica non si muove in risposta a particolari variazioni di pressione esercitate all’interno del condotto uditivo esterno. La membrana del timpano risulta immobilizzata perché la cassa timpanica, situata subito dietro il timpano, è piena di liquido. In queste condizioni, la membrana non riesce ad essere spostata dallo stimolo pressorio sonoro, così come non è possibile schiacciare le pareti di una bottiglia di plastica quando essa è piena. Di per sé, quindi, questo esame indica soltanto la presenza di catarro in orecchio medio (la cassa timpanica). Il calo dell’udito può essere (e spesso lo è) presente, ma può anche essere assente.

Non necessariamente un paziente con timpanogramma Tipo B sente peggio di uno con timpanogramma Tipo C o A.

L’accumulo di liquidi è spesso prodotto da una disfunzione della tuba di Eustachio ed è una delle condizioni che frequentemente conduce a otite media effusiva o adotite media acuta. L’unico modo per conoscere la reale capacità uditiva di un paziente è eseguire, insieme all’esame impedenzometrico, anche un esame audiometrico tonale o un esame audiometrico infantile.

Un reperto da non sottovalutare

Una volta compreso il suo reale significato, non bisogna correre il rischio di sottovalutarne l’importanza. La presenza di catarro all’interno della cassa timpanica è un fattore di rischio per lo sviluppo di otiti ed è spesso associato, soprattuto nei bambini, ad un calo uditivo non trascurabile. Secondo le linee guida, un timpanogramma non dovrebbe mai restare piatto per più di sei mesi. Qualora con la semplice terapia medica non si riesca a risolvere il problema, può essere indicato il trattamento chirurgico.

La cosa realmente importante è la salute del bambino. Non dobbiamo curare un esame.

La terapia chirurgica varia a seconda dei casi e può prevedere la rimozione delle adenoidi (vedi “Quando togliere le adenoidi“) e/o il posizionamento di un drenaggio trans-timpanico. Come sempre, è opportuno una valutazione globale del paziente poiché l’impronta terapeutica può essere diversa da caso a caso. In caso di otiti recidivanti e/o ritardo del linguaggio, non c’è dubbio sul fatto che debba essere effettuata una valutazione chirurgica. A tal proposito consiglio di leggere anche il post “Le ipoacusie infantili e lo sviluppo psico-sociale del bambino“. Se un bambino non presenta queste problematiche, a mio giudizio, l’indicazione all’intervento è molto meno evidente poiché espone il bambino a rischi anestesiologici e chirurgici non pienamente giustificati.